venerdì 16 settembre 2016

ANCHE FARE I COMPITI DELLE VACANZE È UNA LEZIONE DI VITA



di FRANCESCO GALLINA








Avete mai riflettuto sulla conformazione di un'aula scolastica? No, cos'avete capito? Mica vi sto ponendo un quesito di architettura, no. Vi sto chiedendo, ad esempio, se avete mai ragionato sul perché la cattedra è più grande dei banchi. E perché è centrale, e non laterale. Non è una questione di ingegneria: è una questione di ruoli. Il maestro sta dietro la cattedra, l'allievo dietro al banco. Il banco è piccolo anche se l'allievo necessiterebbe di avere più spazio, e la cattedra è grande anche se il docente non ha bisogno di tutto questo spazio. Eppure le cose stanno così. Tra i banchini dei bambini e il maestro c'è di mezzo un tavolone. Non è un caso. Il tavolone è il lei, il banchino è il tu. Se ad esempio il maestro accetta il tu, gerarchicamente parlando il tavolone diventa anch'esso un banchino. 
Lo stesso vale se un genitore scrive una lettera ai docenti di suo figlio misconoscendo quello che i docenti hanno consigliato di fare, cioè i compiti delle vacanze. 

L'avrete capito: mi sto riferendo alla lettera rivolta da un padre agli insegnanti, scrivendo: "Sempre convinto del fatto che i compiti estivi siano deleteri non ho mai visto professionisti seri portarsi il lavoro in vacanza, anzi.", insistendo sul fatto che siano nocivi e che non servano a niente. Quello che serve - a suo parere - sono le lezioni di vita che un padre può dare al figlio solo durante i tre mesi di vacanze estive. Lungi da noi giudicare chi ha scritto quella lettera, ma abbiamo il diritto di giudicare la lettera. Facciamo finta che a scriverla sia stato Qfwfq e non quel padre in particolare. La persona in sé non ci interessa: ci interessano le sue parole. 

Concentriamoci sulle sole parole, dunque. Parole che sono state indirizzate a docenti, ma che sono state prima di tutto sparate orgogliosamente sui social. Non c'è niente di male. O forse sì. Perché, cosa che la stragrande maggioranza degli italiani non sa, i docenti sono PUBBLICI UFFICIALI ai sensi dell'articolo 357 del Codice Penale. Questo non significa che valgano più degli altri, che abbiamo un distintivo di intoccabilità. Significa solo che meritano, innanzitutto, rispetto, perché dopotutto o - anzi - prima di tutti, sono servitori dello Stato, non liberi imprenditori. Rispetto non significa asservimento, ma neppure zimbelaggio virtuale post-sessantottino. Perché, malgrado il Sessantotto volesse questo, il Sessantotto non ha vinto. Eppure il suo fantasma continua ad aleggiare. Ne troviamo tracce, ad esempio, nel fatto che la scuola divulghi "nozioni e cultura", come se ci si fermasse alle nozioni e la cultura fosse frittura d'aria. Resta nella dicotomia scuola/realtà, che sta a voler dire: la scuola è una cosa, poi c'è la realtà che è tutta un'altra; dimenticando che la scuola dovrebbe - e qui il condizionale è d'obbligo - insegnare a vivere, anche attraverso le nozioni. Sapere che Robespierre ha tagliato teste per poi finire decapitato, dovrebbe insegnare già di per sé qualcosa, soprattutto oggi che viviamo in mezzo a tagliatori di teste reali e virtuali. Resta nel fatto che la vita sia "altro" dal fare i compiti, questi maledetti. Eppure un giorno quel bambino, diventato adulto, dovrà farli, perché gli verranno imposti da un datore di lavoro. E se non sarà il datore di lavoro, sarà la vita.

C'è poi questa strana convinzione per cui si possa fare quel che si vuole, perché tanto "docenti, psicologi e avvocati" condividono il pensiero del no-compiti-delle-vacanze. Posso ancora capire docenti e psicologi, ma gli avvocati cosa c'entrano? E poi, di chi si tratta? 
Perché se un docente consiglia di svolgere i compiti delle vacanze a un bambino, quel bambino deve sentirsi autorizzato a sputare su quel consiglio perché ci sono cose migliori da fare? E anche se ci fossero, non è possibile conciliare le due cose? E, ancora, il figlio di Qfwfq non li ha fatti; ma se il figlio di Kgwgk li ha fatti, non è che penserà "Che stupido che sono, avrei potuto non farli e invece ho buttato via il mio tempo"? 

Infine, ammesso che i docenti siano d'accordo con questa lettera, che fine fa la loro autorità? E il ruolo dei compiti che hanno assegnato? Sono poi così terribili i compiti? Sì, se sono dati in quantità abnormi, ma se sono misurati e pensati per il bene del bambino, per la sua crescita e allenamento psichico, perché scavalcarli? Perché di questa decisione non parlarne con i docenti in privato e trovare un compromesso? Io li ho sempre fatti - tutto - e non sono ancora morto. Lo studio - diceva Gramsci - prevede fatica e sacrificio. Insomma: lo studio è disciplina. Di questa disciplina, il primo mattoncino sta nel rispettare i ruoli e i compiti. Che piaccia o meno, caduto quello, crolla tutto.