giovedì 14 aprile 2016

ELOGIO DI UNA PRESIDE CORAGGIOSA



di FRANCESCO GALLINA







Da che i sessantottini hanno rivendicato pomposi ideali di egualitarismo e democrazia sventrando il sistema educativo tradizionale, la scuola ha iniziato a conoscere la morte. E c'è poco da sperare nei vichiani ricorsi storici, perché sarà difficile che la scuola rinasca. Non che l'istituzione scolastica presessantottesca rappresentasse l'età dell'oro, ma si avevano ancora chiare e ben distinte le gerarchie e i ruoli il cui valore, volenti o nolenti, è il primo step da rispettare. Ciò detto, non significa aspirare a una scuola di marca totalitaristica o al modello punitivo delle bacchette; è semmai la volontà di trovare una giusta aurea mediocritas, una via di mezzo tra le frustate ottocentesche e il fallimentare lassismo contemporaneo. 

Mentre la Corea rispedisce i genitori a scuola perché imparino a non massacrare di padellate i figli che portano a casa insufficienze e perché riscoprano il sacrosanto diritto al rispetto dei figli in quanto individui autonomi e inviolabili, in Italia una mamma scrive una contro-nota a una professoressa e la preside del Liceo Virgilio di Roma, Irene Baldriga, viene assediata da studenti e genitori perché si è permessa di instaurare telecamere dopo l'arresto di uno spacciatore diciannovenne della sua scuola. Mettendo a rischio la privacy dei figli, dicono gli assedianti. Così, cori di insulti e atti violenti nei suoi confronti si sono palesati non solo per opera dei rappresentanti del Collettivo, ma anche e soprattutto dei genitori che, come avviene da almeno quarant'anni a questa parte, intervengono sempre più spudoratamente nel territorio della Scuola pretendendo di sostituirsi in pieno a docenti e presidi. Il fine, credo, sia quello di privatizzare radicalmente la scuola statale. La resistenza è spesso scarsa. Il pericolo altissimo, se è vero che i ragazzi che frequentano la scuola oggi sono gli uomini con cui ci rapporteremo domani. E magari diventeranno medici, infermieri, o essi stessi docenti.

Non si vuole creare un rapporto umano scuola-figli-genitori, ma un'invasione barbarica che sovverte i ruoli, tutelando i ragazzi al limite dell'indecenza. Dove per tutela non si intende sicurezza e rispetto, ma asservimento ai temperamenti dei ragazzi, alla loro infida maleducazione. E chi sono, spesso, quei genitori? Non ci si sbaglia: sessantottini cresciuti nella convinzione che la scuola dovesse diventare anarchia, presumendo di dover insegnare agli insegnanti, diventati zimbelli, pezzenti, animali da compagnia. Alcuni docenti, schiacciati dalla violenza (psicologica, più che fisica), crollano, e si lasciano lanciare scarpe senza aprire bocca, come successo a Udine nell'ottobre 2015. Altri preferiscono lasciar passare, non ricordando che il Fascismo è nato proprio lasciando passare.

E poi ci sono le Irene Baldriga, ovvero le paladine di una scuola libera, laddove libera non significa assoluta (ab-soluta), non libertà scriteriata e circense balordaggine travestita di idealismo. Libertà è cercare di svolgere il proprio ruolo nel migliore dei modi possibili (e saranno accettate cadute, se serviranno a essere più forti). Le rivoluzioni sono rivoluzionarie solo in apparenza. I rivoluzionari liberi e pro-diritti sono i primi tagliatori di teste: lo dimostrano i francesi del 1789, lo dimostrano i frutti marci del Sessantotto, terriccio da cui sarebbero sorti i fiori avvelenati del terrorismo.

Se un genitore adisce la magistratura laddove un docente sequestra il cellulare del figlio, la rivoluzione è una involuzione pseudo-democratica: ne deve emergere che i figli sono sempre innocenti, sempre puri e angelici, anime belle che non fanno mai niente apposta, ma agiscono sotto gli impulsi irrazionali tipici dell'adolescenza. Lasciarli fare, perché so'ggiovani. La fola è sempre la stessa: "Sono soltanto bambini", con la delittuosa aggiunta aggettivale "Poverini". 

I 6 forzati di fine anno sono infecondi e falsi come una banconota da 9 euro. Si potrebbero mandare a scuola i genitori che assaltano i presidi coraggiosi, coraggiosi mica in quanto eroi, no!, ma solo perché cercano di migliorare lo stato delle cose. Non sarebbe ora di rivedere, tutti insieme appassionatamente (e civilmente), il significato di patto formativo?